05. Februar 2012
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Sport: Toto' Schillaci e le notti magiche..

Buon giorno Salvatore, dove ti trovi in questo momento?
Sono al Sestriere per partecipare ad un evento legato ai mondiali di calcio; sono qui con Baresi e Antonioni per presentare uno degli sponsor della Nazionale italiana, la birra Peroni.

Tra pochi giorni cominceranno i Mondiali, e non è possibile non parlare con te del Mondiale 1990 in Italia quello delle notti magiche. Durante quel mondiale si è scritta la favola di Toto` Schillaci, una favola italiana, che ti ha portato a essere star internazionale. Che ricordi hai di quell‘avventura?
Per me è stata una sorpresa, non mi aspettavo neanche di partecipare. Pensa che sono stato l‘ultimo ad essere convocato e per me era già un sogno far parte del gruppo; non immaginavo assolutamente il grande successo ma ci ho messo tutto l‘impegno possibile per realizzarlo; è vero, è stata una favola e conservo dei ricordi bellissimi e un‘emozione che non si puo‘ raccontare.

Che mi dici del famoso goal di testa contro l‘Austria, pensi abbia rappresentato una specie di metafora per l‘Italia? (Un attaccante piccolino circondato da difensori imponenti).

Quel gol è stato paradossale: io ero in mezzo a due torri, la palla, crossata sulla fascia laterale da Vialli, era talmente tesa che ha preso una direzione strana e arrivo` proprio a me nonostante le due torri austriache che erano davanti; a volte ripensandoci penso sia stato il destino come succede in casi della vita in cui succede qualcosa che proprio non ti sai spiegare. Si` forse è stato il destino a volere che quella palla arrivasse proprio a me.

La tua carriera in Italia si conclude nel 1994 quando a trent‘anni hai preso la decisione di trasferirti in Giappone, primo italiano a giocare in Asia, dove la tua immagine viene quasi idolatrata.
Perchè questa decisione?

Io venivo da parecchi infortuni e quando è arrivata questa offerta mi trovavo in una situazione molto delicata per un calciatore; ormai ero fuori dal giro e non avrei piu` potuto giocare a livelli alti come in passato. Diciamo che in quel momento cosi` delicato ho pensato alle prospettive economiche legate all`offerta e alla possibilità di vivere un‘esperienza in Giappone che mi affascinava da tempo. Sono stato il primo italiano a giocare all‘estero, ho un po‘ aperto le porte a tanti miei colleghi che poi hanno scelto di giocare fuori dall‘Italia.

Parlaci della tua esperienza in Giappone, per un siciliano non deve esser stato facile. Cosa ti è mancato maggiormente?

In Giappone ho vissuto in una situazione privilegiata rispetto ad un emigrante che va all‘estero per lavorare. Avevo a disposizione interprete, autista e quello che dovevo fare era solo giocare e allenarmi; tutte le difficoltà dell‘emigrante che deve ricominciare tutto daccapo in un paese straniero io non le ho vissute. Si` a volte mi mancava l‘italia, soprattutto nell‘ultimo anno, mi mancava lo stile di vita italiana, i posti che mi sono cari e poi la famiglia.

Qual‘è l‘impronta piu` caratteristica dell‘Italia in Giappone, e all‘estero in generale?

I giapponesi hanno una grande ammirazione per l‘Italia e in particolare per la moda e per la cucina italiana e le nostre città d‘arte.  Gli italiani sono accolti benissimo, non ho trovato nessun tipo di stereotipo negativo ma solo un‘impronta legata al buon gusto e alla simpatia del nostro paese.

Tu oggi sei un‘imprenditore e gestisci a Palermo la scuola di calcio per ragazzi Louis Ribolla. Come ti è venuta questa idea? Questa scuola ha anche un ruolo sociale?

L‘amore per lo sport e per il calcio mi hanno portato a creare un centro sportivo proprio la` dove ho cominciato anche io a giocare a calcio; ho voluto creare qualcosa per i ragazzi perchè credo profondamente nel valore e nell‘importanza dello sport per le nuove generazioni. Con questa scuola ho potuto mettere a disposizione la mia esperienza e mi da` molta soddisfazione vedere dei bambini che cominciano a giocare a cinque sei anni e piano piano diventano dei campioncini.

Perchè non ti sei mai dedicato all‘allenamento come molti tuoi colleghi?
Credo che per un calciatore la vita sia molto sacrificata, anche se ti pagano bene sei sempre impegnato con gli allenamenti e i ritiri, una parte della tua vita se ne va, la dedichi solamente al calcio. Io ho voluto dedicarmi a un progetto in cui credo e che mi piace ed ora voglio godermi la vita e tutte le cose a cui ho rinunciato per il calcio; fare l‘allenatore avrebbe significato una grande responsabilità e tornare ad una vita di sacrifici e rinunce e questo non era cio‘ che volevo.

Che consiglio puoi dare ad un giovane che punta tutto sul calcio tralasciando lo studio?
Prima di tutto bisogna iniziare presto, possibilmente in una buona scuola di calcio a 13, 14  massimo 15 anni e sfruttare al massimo questi 3 anni che per diventare professionista sono gli anni piu` importanti; poi consiglio l‘impegno e la serietà che sono fondamentali per raggiungere buoni risultati. Infine consiglio di non accanirsi a voler diventare calciatore a tutti i costi per poi rimanere delusi tutta la vita; se a 17, 18 anni non si sono raggiunti buoni risultati consiglio di lasciar perdere.

E a un professionista calciatore che smette di giocare?

Consiglio di continuare a lavorare e ad investire nel mondo del calcio e di occuparsi di cose di cui si ha l‘esperienza e la competenza; molti calciatori quando vanno in pensione sono tentati di intraprendere attività di cui non hanno nessuna conoscenza e rischiano di perdere tutto quello che hanno guadagnato.

Il calcio in questi 20 anni è molto cambiato e tutto sembra piu‘ un business che uno sport. Pensi che la favola italiana di Toto‘ Schillaci sia oggi ancora possibile?
Tutto è possibile e io mi auguro che in questo mondiale ci sia un giocatore che possa ripetere l‘esperienza vissuta da me 20 anni fa, segnare tanti gol e diventare un simbolo per la nazionale italiana e per i tifosi.

Grazie Toto‘ per la tua disponibilità e simpatia e a rivederci il 12 giugno qui a Zurigo.
Paola Volk

 

..inseguendo un gol..