05. Februar 2012
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"Mi piace sentirmi sciolto, fare quello che mi piace fare nel campo del lavoro. E raggiungere cosi' i miei obiettivi" (a.i., Zurigo).

L’individuo che si muove con consapevolezza del proprio valore, con un senso critico sufficiente a non lasciarsi trascinare dal vortice dei propri o degli altrui limiti, riesce a camminare con la sicurezza e la fiducia necessarie per dirigersi dove vuole.

Chi possiede una buona stima di sé ha calore per se stesso e per chi vive intorno a lui. Ha tutte le energie per riconoscere, costruire ed affermare la propria identità, perché non le disperde delegando potere e mostruosità agli altri. Si prende la responsabilità delle proprie azioni, senza farsi scudo con fragili difese proiettive.

Inoltre, chi ama in modo sano se stesso, ascolta il proprio corpo e i propri sentimenti, concedendosi il riposo dopo l’attività; concedendosi un dialogo interno fatto di carezze e comprensione del dolore. Decide di dire sì alla vita con tutte le sue imperfezioni e non ne spreca i suoi momenti rimestando rancori per le offese e le umiliazioni ricevute dalla vita stessa. Piuttosto agisce in concreto nella realtà con l’intento di cercare attivamente il proprio benessere, con rispetto di se stesso e degli altri.

“Mi piace sentirmi sciolto”… mi fa persino pensare alla voglia di essere sciolto, ovvero svincolato, dai legami sociali, dalla dipendenza dalle persone, siano esse superiori in campo lavorativo o amici e parenti… svincolato dall’inconsapevolezza dei condizionamenti… dalla pressione sociale. Chi la sente è perché ama correre più a briglie sciolte che imbrigliato e coi paraocchi. Anche se siamo sempre figli di un cultura.

“…fare quello che mi piace fare nel campo del lavoro. E raggiungere così i miei obiettivi” Mmmmhhh….!!! Mi sto gustando questa splendida frase dal buon sapore di “autonomia”. Ora sento anche un retrogusto di “autodeterminazione” che mi fa immaginare la persona che l’ha formulata come un uomo che spicca il volo… leggero, libero da fattori di condizionamento inibenti… perché si è appropriato della sua facoltà di uscire da un sistema di riferimento precostituito, per crearne uno nuovo, che corrisponda sempre meglio ai propri ideali.

Abbiamo quindi nel menù di oggi un piatto raffinato, di cui possiamo svelare, al momento, solo alcuni ingredienti semplici: 250gr. di autonomia rispetto alla scelta degli obiettivi in campo professionale; capacità di autodeterminazione quanto basta (derivata da una prima spremitura dell’esercizio della propria volontà); lievito; aromi naturali.

Le indicazioni “lievito” e “aromi naturali”, sono necessarie per mantenere riservata la ricetta, ma in via del tutto eccezionale, solo per oggi, al lettore paziente posso rivelare un paio di trucchetti, tenendo conto che proprio dal lievito e dagli aromi dipende la maggiore, o minore, digeribilità di questo piatto invitante; quindi bisogna fare molta attenzione.

Data la delicatezza del segreto, mi avvarrò di una storia immaginaria, dalle tinte rosa e perlopiù implausibile, se vogliamo.

Tutto ebbe inizio un giorno, quando un neonato di nome Valentino esordì nel grande cinema della vita col suo primo pianto.
E, pianto dopo pianto, imparò a piangere sempre meglio, finalizzandolo all’interazione con l’adulto: stava seguendo le leggi del suo primo potente mezzo di comunicazione, che ispirava tanta sollecitudine intorno a lui, attivando nei suoi familiari le cure di cui aveva bisogno.

Crescendo, acquisì anche il linguaggio verbale e, affinando le capacità di esprimersi e di farsi capire, associate alla maturazione fisio-psicologica, si ampliò anche la gamma dei suoi bisogni e delle richieste verso la sua famiglia.

Ben presto, il gioco e le sue regole divennero più difficili, e, se da una parte Valentino ci guadagnava in autonomia, dall’altra ci perdeva in “assoggettamento” delle persone intorno a lui, dapprima molto più disponibili a modificarsi in base ai suoi bisogni, coinvolto in un meccanismo irreversibile di sganciamento e di crescita che causa generalmente una certa sofferenza e un continuo sforzo di adattamento.

Non parliamo poi del mondo della scuola, in cui a tempo debito venne inserito: non solo perdeva privilegi in campo familiare (avevano persino smesso di imboccarlo e di dargli il suo amato ciucciotto), ma doveva adattarsi a persone nuove, aumentavano le aspettative su di lui in maniera quasi esponenziale e doveva tarare i suoi bisogni e i suoi ritmi a quell’ambiente prestrutturato, per imparare costantemente nuove regole di giochi dalla complessità crescente.

Ma in fin dei conti Valentino non se la passava poi così male: aveva alle spalle una famiglia che gli aveva trasmesso una visione positiva della vita e quindi non si rammaricò troppo del passaggio dalla fanciullezza alla pubertà, anzi, aveva voglia di crescere e diventare grande.

Trasse il maggior beneficio possibile dal mondo della scuola e dagli amici, si identificò con figure mature e valide, e acquisì competenze sempre più sofisticate.

Quando il suo percorso scolastico giunse al termine, Valentino respirò a pieni polmoni un’aria densa di libertà: poteva finalmente entrare a pieno titolo nel mondo degli adulti e cercarsi un lavoro in cui avrebbe potuto dare corpo alle sue potenzialità.

Dato che viveva in una nota città della Svizzera, nonostante dilagasse anche lì la crisi, trovò senza grosse difficoltà un impiego ben retribuito con interessanti prospettive di carriera.

Inoltre, si fece subito notare per il suo contributo originale e innovativo che non mancava di apportare ad ogni suo lavoro.

La storia, cari amici, finisce qui, perché tutti possono immaginarsi il futuro del nostro intraprendente protagonista.

Mi soffermo ora un attimo a illustrare perché ho raccontato questa storia così melensamente positiva (domanda: a quanti di voi ha suscitato un che di nausea diabetica per l’eccessiva zuccherosità?!).

Che cos’è che fa la differenza?

Ora scrivo specialmente per tutti i “Sisifo” in ascolto, ormai indignati dal mio racconto, quelli che storcono il naso se non trovano qualcosa per cui soffrire nobilmente, ma solo per far vedere che in realtà il finale della mia storia non è così scontato come dava a sembrare, se non si tiene conto di vari fattori “x” che generalmente fanno andare bene le storie.

Infatti, per quanto in un ambiente favorevole risieda una buona base alla costituzione dell’autonomia dell’individuo e una forte spinta all’autodeterminazione, anche la fiducia e la speranza da parte dell’individuo stesso nei confronti dell’ambiente e la scelta di modelli validi su cui improntare la costruzione della propria personalità, fanno sì che la flessibilità e l’apertura verso l’esterno siano realmente proficue e che la realtà non appaia perennemente minacciosa e fonte di paure e di angosce, bensì più sovente come interlocutrice stimolante per l’affermazione autentica delle proprie idee e la messa in gioco delle proprie risorse.

Ecco ciò che fa la differenza: la scelta dell’individuo; come e se si muove attivamente; quali occhiali porta, come legge gli eventi che vive. Non è verosimile che un individuo non si scontri mai con eventi difficili; la realtà quasi mai si piega magicamente ai nostri desideri facendoli avverare senza il minimo sforzo da parte nostra.

Spesso e volentieri se incontriamo degli ostacoli, tendiamo a credere che quella sia la realtà a cui dobbiamo o rassegnarci o a cui sostituire dei pagliativi compensatori. È più difficile che qualcuno si metta a costruire qualcosa con fiducia nel tempo. Ci si arrende ai primi tentativi, oppure si ripetono costantemente i fallimenti e non si provano nuovi metodi.

E così, anche nella storia di Valentino, nonostante egli abbia goduto del sostegno della famiglia, sia nato in uno Stato ricco, e sia dunque stato agevolato notevolmente nell’acquisizione di una chiave di lettura positiva della realtà, avrebbe comunque potuto perdersi nella monotonia del benessere, in una realtà costruita con artificiosa perfezione, distillata dalle emozioni e dai sentimenti.

A volte, quando si ha tutto il necessario per vivere (la salute, il cibo, la casa per ripararsi, la famiglia, gli amici), - non si capisce bene il perché - tutto a un certo punto sembra perdere di importanza. Ci si stanca della solita minestra. A volte ci si perde in un meccanismo di rincorsa all’imitazione, nel gioco stupido in cui si è convinti che vinca chi possiede più degli altri. 

Non è il caso di Valentino, ma azzarderei ipotizzare che, in generale, il benessere dato dai beni materiali possa costituire uno stato di quiete “provvisoria”, che si trasforma, per l’individuo poco abituato a valorizzare le proprie personali risorse interiori e dotato di un’autostima instabile, in una noia mortale. Inoltre, la spinta ossessiva a ricercare all’esterno emozioni sempre più forti, può buttarlo nel baratro dei “senza-limiti”, perdendo ogni punto di riferimento e seguendo solo un’altalena, in un’alternanza tra uno stato maniacale di euforia e uno di disperazione inconsolabile e di rabbia cieca.

Ma ci sono anche altre ipotesi… Ad esempio, tornando alla storia di Valentino, sarebbe potuto finire schiacciato, come spesso accade, dagli ingranaggi della competitività e del successo, vittima del bisogno di primeggiare per sfamare un’immagine di sé ai livelli di un “prestazionismo” e “infallibilismo” delirante.

Oppure ancora, sarebbe potuto crollare alla prima delusione amorosa, dove l’imprevedibilità di un altro essere umano se ne infischia allegramente della sua capacità di autodeterminazione e di autonomia, ed il gioco richiede regole che purtroppo a scuola e in famiglia non insegnano, o almeno non esplicitamente.

Oppure, come spesso accade, avrebbe potuto subire le influenze dei condizionamenti negativi della società, poiché anche in quelle più ricche e perbeniste esistono svariati modi per rovinarsi. Per esempio, avrebbe potuto seguire modelli altrettanto allettanti delle classiche compagnie sbagliate, che l’avrebbero accompagnato in un giro all’inferno dell’alcolismo o della droga. 

Oppure, come spessissimo accade, la concomitanza degli “oppure” precedenti, più l’eventualità di un lutto in famiglia non rielaborato: abituato fin dall’infanzia a ricevere molto dalla vita, di fronte ad avvenimenti negativi inattesi e a decisioni sbagliate, più la perdita improvvisa e prematura di un familiare, l’avrebbero costretto a fare i conti con il collezionarsi di una frustrazione dopo l’altra e con un dolore grande, troppo grande, che non sempre si riesce a superare; sarebbe così potuto entrare in una crisi profonda, cambiando completamente prospettiva e adottando una visione pessimistica permanente che gli avrebbe rubato l’idillio dell’infanzia e tarpato le ali in tutti gli ambiti della sua esistenza.

Si sarebbe potuto persino suicidare - non è una novità in un paese come la Svizzera-, per cause a noi ignote: era effettivamente il classico bravo ragazzo da cui non ce lo saremmo mai aspettati (un caso da manuale insomma).

Bene, dopo aver dipinto di nero, a puro scopo esplicativo, ogni possibile finale della storia di Valentino, come eliminare la pesantezza di queste fantasie funeste?

Ragazzi, c’è bisogno di un digestivo… 

Lo so, vi costringo a un cambio di rotta repentino di circa 180°, ma è meglio così. Su, avanti, basta navigare nelle acque melmose: non porta da nessuna parte.

Ecco qua.

1)    l’amore per la vita è prerogativa di chi adotta una chiave di lettura positiva della realtà, la quale ci dona una fiducia di base nell’ambiente che attiva l’intelligenza necessaria per andare oltre gli ostacoli e gli innumerevoli pericoli che ci si presentano e per ammirare l’orizzonte sconfinato di possibilità di scelta che si apre intorno a noi (solo così ci dirigiamo con sicurezza e serenità verso la nostra meta)

2)    è importante la consapevolezza circa i fattori di condizionamento più grossolani che limitano le nostre potenzialità, privano la nostra libertà e sono fonti inutili di stress (vedi per esempio, in molti casi, la pressione sociale; gli ideali di infallibilità e di perfezionismo; gli istinti di imitazione e di identificazione a dosi eccessive, che ci fanno rincorrere miti inesistenti e combattere contro i mulini a vento del nostro passato)

3)    abbandonare senza remore la fanciullezza, ovvero passare da un modello di comunicazione centrato sul “pianto” a uno più maturo di interazione serena e di confronto, abbandonando in primo luogo la convinzione che, piangendo e disperandoci, la realtà sarà più buona con noi… Certamente attiviamo l’istinto di cura negli animi più gentili e sensibili, ma altrettanto certo è che non avremo raggiunto quell’autonomia che ci rende padroni liberi di noi stessi.

E per finire… una punta di piccante!

Ovviamente in questo articolo ho servito il cibo preferito dell’uomo senza problemi reali, delle civiltà evolute; quello che, per farmi capire, non ha fame, ma continua a sfruttare sapientemente il lavoro a basso costo e beneficia delle proprietà rigeneratrici del dio denaro, il quale mostra una così generosa predilezione proprio verso di lui. Ecco perché siamo figli di una cultura ed è difficile risalire la catena di montaggio e riprogrammare il tutto.

Se dovessi mettermi a dipingere altri quadri, per esempio, in campo lavorativo, il quadro di quei dodici dipendenti in Cina che si sono suicidati, o anche semplicemente quello del cibo dell’uomo che cibo non ha…. chissà cosa ne verrebbe fuori…

Magia del camaleonte!

Maggio 2010


"CAMALEONTE" a che pro?

Normalmente la pigmentazione della pelle dei camaleonti tende ad assumere i colori dell’ambiente in cui vive. Ciò rappresenta il più affascinante esempio di adattamento animale all'ambiente. In questa rubrica il camaleonte è l'allegoria della flessibilità della mente umana, che è in grado di utilizzare gli strumenti più svariati di comunicazione.

Probabilmente nata dall'istinto di sopravvivenza, la flessibilità umana ha a sua volta dato vita a miriadi di forme espressive che vanno ben al di là del primitivo istinto. A che pro? È la domanda che farà da guida a tutti gli articoli di questa rubrica, che si occupa di viaggiare nel campo dello "squisitamente umano" e nel mondo delle "possibilità incredibili". La domanda indagatrice è pronta ad afferrare in ogni contesto la direttrice di senso, svelandola al lettore come un prezioso segreto. Ma la ricchezza di questa rubrica è data dalla sua interattività.

Il lettore può inviare una sua breve riflessione (da una frase di due parole a cinque o sei righe) su tutto ciò che nella vita lo colpisce ed a tale riflessione mi aggancerò per dipingere i miei quadri "sferico-camaleontici".
Scrivi direttamente a info@go-italy.ch